
In questo articolo tratterò il caso di Zeno Cosini, il protagonista narrante de “La coscienza di Zeno”, attraverso una lettura delle dinamiche interpersonali del personaggio secondo la prospettiva horneyana. Nello specifico, utilizzerò il caso come modello di una delle tre tendenze nevrotiche descritte dalla Horney, l’andare lontano. Con essa, l’autrice, intende una pseudo-soluzione che l’individuo utilizza per sfuggire ai propri conflitti interiori. L’individuo in questione mette in atto una serie di strategie che rimandano alle sfere della rinuncia, della passività e del distacco. L’autrice parla anche di “tipo distaccato” per riferirsi a individui in cui tale tendenza è particolarmente forte.
Mi sono concentrato sull’analisi del terzo capitolo, intitolato “Il fumo”. In esso, il protagonista narra in prima persona le vicende che lo hanno condotto al vizio del fumo. Racconta dei primi approcci alla sigaretta nell’infanzia, dei rimpianti della sua giovinezza, per arrivare al più recente soggiorno nella clinica.
L’illusione del vivere nel “come se”
Il primo esempio della tendenza dell’individuo ad andare lontano, da se stesso, a non affrontare il vero nocciolo della sua dipendenza, è il suo continuo rifugiarsi nella fantasia. Essa è messa in atto da Zeno attraverso gli innumerevoli pretesti e buoni propositi, non rispettati, di eliminare il vizio del fumo. Ma il protagonista la usa, soprattutto, come mezzo per evitare di intraprendere qualsiasi attività che implichi un impegno continuativo. A tal proposito, Karen Horney sostiene che la prima manifestazione dell’individuo che adotta la soluzione della rinuncia è quella di “essere spettatore di se stesso e della sua vita”. E continua “e poiché la tendenza allo spassionato distacco è in lui un atteggiamento predominante e ambivalente, egli è anche lo spettatore degli altri” (Horney, 1950).
Questo atteggiamento di osservatore passivo è ben rintracciabile nella frase che Zeno utilizza per riferirsi a Giovanna, l’infermiera della Clinica. “È vero che neppure in libertà io so scegliere le compagnie che meglio mi si confacciano perché di solito sono esse che scelgono me, come fece mia moglie” (Svevo, 1923). Apparentemente, Zeno, si mostra consapevole delle soluzioni nevrotiche che adotta, ma sembra non coglierne il senso nel profondo.
Nelle sue memorie, Zeno, descrive la sua indecisione nello scegliere fra due Corsi di Laurea. E nel rimpianto, ritorna sempre sulla scelta non fatta e sul come sarebbe stato se. Si descrive come un uomo che ha avuto tante cose da rimpiangere, fuorché la libertà. Questa, tuttavia, assume più la forma di una continua procrastinazione, una trappola che lo rende schiavo del suo vizio e della sua stessa passività. Già nel rintracciare l’origine del suo vizio, Zeno sembra quasi voler fuggire dallo sforzo di scoprire la verità, stancandosi prima ancora di cominciare: “Ecco che ho registrata l’origine della sozza abitudine e (chissà?) forse ne sono già guarito. Perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta e forse la getterò via subito, disgustato” (Svevo, 1923).
L’illusione del vivere nel come se, ritorna più volte nel capitolo. Ad esempio, quando il protagonista si domanda se non sia stato proprio il fumo a impedirgli di essere l’uomo ideale e forte che si aspettava. Zeno arriva anche con una certa consapevolezza a comprendere il senso della soluzione nevrotica messa in atto: “Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente” (Svevo, 1923).
Quindi, Zeno, è a conoscenza, almeno in parte, delle sue tendenze nevrotiche. Tuttavia, appare impossibilitato a frenare quell’impulso ad allontanarsi, mettendo in atto le stesse dinamiche di rinuncia ogni qualvolta entra più profondamente in relazione con l’altro. Ne sono esempi il dialogo con Giovanna, o riferimenti (o oserei dire autoinganni) a poco credibili, risoluzioni del suo vizio.
IL fallimento: giustificazione della passività
I numerosi propositi per smettere di fumare, stabiliti anche in date ben precise che richiamano un simbolismo ossessivo vengono usati dal protagonista de “La coscienza di Zeno” per alleggerirsi o meglio, per allontanarsi dall’affrontare la sua dipendenza. Una data prestabilita così, diventa, una volta raggiunta, non abbastanza attraente o precisa per essere la data della chiusura. Si intravede anche la ricerca di una perfezione, o la ricerca ostinata di imperfezioni, in un continuo e dinamico movimento psichico contrapposto ad una realtà piuttosto statica.
Ma l’incapacità del protagonista a scegliere concretamente, al voler rimanere in superficie è percepibile nella frase: “È, perciò, che tentenno fra la legge e la chimica perché ambedue queste scienze hanno l’esigenza di un lavoro che comincia ad un’ora fissa mentre io non so mai a che ora potrò essere alzato” (Svevo, 1923). In questa frase riecheggia anche l’angoscia di Zeno di fronte a qualsiasi sforzo per raggiungere un risultato. Si evidenzia una paura di vivere, di compiere la scelta sbagliata, e quindi la rinuncia come la soluzione a lui maggiormente accessibile. “La sola prospettiva di attività più importanti e inevitabili, come il disbrigo di affari urgenti o la necessità di svolgere altri compiti inerenti alla sua professione, può stancarlo prima ancora di cominciare” (Horney, 1950).
Interessante che una delle parole che Zeno detesta di più è “assoluto”. In accordo alla prospettiva horneyana l’individuo è particolarmente sensibile alle dimensioni dell’obbligo e della coercizione, che la parola evoca. “Una seconda caratteristica, intimamente connessa alla non partecipazione, è l’assenza di ogni serio tentativo per conseguire il successo e l’avversione a ogni sforzo”. L’autrice prosegue: “Contemporaneamente, si rileva l’assenza di un chiaro orientamento circa gli scopi che egli vuol raggiungere e i suoi progetti” (Horney, 1950).
L’ “assenza dei desideri”: vero motore della rinuncia
E così anche i rapporti sessuali vengono vissuti in fantasia: Zeno sembra desiderare molte donne, senza tuttavia mettere in pratica il minimo tentativo di conoscenza.
Quindi, al di sotto di questa rinuncia, si scova una mancanza nel desiderare concretamente qualcosa. Dice la Horney: “Questa “assenza dei desideri” può riflettersi sia sulla vita professionale che su quella personale”. E aggiunge: “l’appagamento di tali aspirazioni può apparirgli un peso, un fastidio , e, di fatto, sabota l’unico vero desiderio del paziente, quello di non avere seccature” (Horney, 1950).
Ma questa “assenza dei desideri”, tra virgolette, non è realmente tale nel cuor del protagonista. Essa rappresenta piuttosto la reificazione di una modalità troppo spesso messa in atto. Un desiderio spontaneo dell’individuo può non essere stato espresso per una paura dell’ambiente che lo circonda. Ben lo esprime la Horney per descrivere il tipo distaccato: “anche qui i desideri troppo spontanei vengono obnubilati dai dettami interiori. Ma, oltre a ciò, il paziente di cui ci occupiamo ritiene, consciamente o inconsciamente, che sia meglio non desiderare o non aspettarsi nulla” (Horney, 1950). Quindi il lavoro della nevrosi sta nell’oscurare quell’angoscia attraverso soluzioni che ne attenuano il peso, al prezzo di una mancanza di consapevolezza nell’individuo.
Un frammento a mio avviso, molto significativo del testo, è quello che segue.
“Riuscii a non fumare per varie ore, ma quando la bocca fu nettata, sentii un sapore innocente quale deve sentirlo il neonato, mi venne il desiderio di una sigaretta e quando la fumai ne ebbi il rimorso da cui rinnovai il proposito che avevo voluto abolire” (Svevo, 1923). Qui si mette bene in evidenza il meccanismo della nevrosi: il senso di colpa emerso dopo l’aver fumato viene soppresso, o meglio, “spostato” dall’individuo che utilizza la pseudo-soluzione del rinvio, la creazione di un nuovo proposito, quale giustificazione falsamente rassicurante del suo atteggiamento verso il fumo, ma attraverso il quale è in grado di liberasi dall’angoscia del momento. L’andare lontano prende la forma di un abbandono ad un futuro, che ancora non c’è, e che non preoccupa.
Nell’ultima parte del capitolo, Svevo racconta le vicende che porteranno Zeno ad abbandonare la clinica, la stessa notte in cui vi entrò, dopo altri autoinganni, tutti caratterizzati dall’incapacità del protagonista di stare nel qui ed ora. Questa volta l’autoinganno è quello di controllare la moglie, da un possibile tradimento con il dottore della clinica, che non vedeva da diverse ore. Appena uscito dalla clinica, Zeno si fermarà in un caffè, procurandosi delle sigarette buone abbastanza da poter essere le ultime della sua carriera di fumatore. Intanto, arrivato a casa, e avendo contezza che non vi fossero segnali di un tradimento della moglie, si rassicura. Viene poi a conoscenza dalla moglie dell’esistenza di un nuovo farmaco per il fumo, e si convince di aver fatto bene ad aver lasciato la clinica.
Bibliografia
- Horney, K. (1950). Nevrosi e sviluppo della personalità. La lotta per l’autorealizzazione. Casa Editrice Astrolabio, 1981.
- Svevo, I. (1923). La coscienza di Zeno. Edizione critica delle opere di Italo Svevo / a cura di Bruno Maier. Pordenone: Studio Tesi, 1985. – 460 p.; 23 cm. – (Biblioteca; 28).